C'era un temporale, come stasera, con questo stesso profumo di terra arsa bagnata.
D'improvviso si spensero le luci, dopo un fulmine, e la casa restò al buio, silenzio del televisore, silenzio del frigorifero, buio nero ovunque.
Posai il giornale. La pioggia batteva forte.
Dopo minuti mi alzai, cercandola, camminando a piccoli passi, ricostruendo nella mente la stanza, come farebbe un cieco.
Le mani tese per non urtare, il divano, lo stipite, la porta.
Un lampo, per un momento tra le fessure degli scuri, mi ridiede la vista, ritogliendola subito.
Poi la camera, la tenda.
Strano inquietante mutilato questo andare, a piedi nudi, per la casa battuta dal vento.
Il corridoio, l'altra camera.
Era appoggiata allo stipite della camera piccola. Le braccia lungo il corpo.
La sfiorai e non si mosse. Con la punta lieve delle dita sentii le braccia calde, il ricamo del vestito sulla spalla. Il viso. Con la punta lieve delle dita, nel buio totale, seguendo i contorni, la riconoscevo, indugiando sulle labbra, la curva del naso, gli occhi chiusi, i capelli sulla fronte.
Ci batteva ad entrambi il cuore, forte, nelle tempie.
(le mie dita parlavano per me, come mi piaceva fare un tempo, per lunghi minuti, guardando, amando, toccando, solo con lo sguardo e carezze adoranti).
Ed anche lei prese ad esplorare il mio viso, in silenzio. Ci toccavamo appena, leggendoci, sentendo la nostra forma.
Appoggiai le braccia aperte allo stipite e mi avvicinai al suo viso così tanto che ne sentivo il tepore sul mio.
Ripresi a sentire, sfiorandola appena con le labbra. Con baci lievi agli occhi, alla fronte, ai capelli. Posando il mio viso al suo.
Socchiuse le labbra, ed io le mie. Ancora accarezzando le sue piano, riscoprendo stupito la morbidezza indifesa, sconosciuta nel buio.
Come lei fosse tutte le donne, o la donna assoluta, quella che sognavo dai primi confusi pensieri dell'adolescenza.
Posai le mie labbra sulle sue, sentore di vaniglia e fragola del gelato, e rimasi così, senza muovermi per molto tempo, sembrava.
Ci si baciava senza muoverci, immobili, sentendo chiara la corrente che scorreva da lei a me e da me a lei.
Ci amammo molto, così, non dicendo una parola, nemmeno sfiorandoci quasi, nella struggenza sussurrata dai cuori, nel “voglio farlo con te” battimento di tamburi di pelle, scotimento di dannati rimpianti, resti degli infiniti noi prima di noi.
Fino a che in un tuono tornò la luce, il frigorifero, il televisore, il mondo, e noi, che avevamo ormai imparato bene a non amarci, ci allontanammo pudici, scoprendo di essere nudi come nell’Eden.
E’ stato molto tempo fa. E questo ricordo, di quella sera.
12 - threewords
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