- Spogliati.
Lo diceva con voce severa.
Io rispondevo di no, ogni volta. E ogni volta lui si avvicinava senza più parlare, mi costringeva in un angolo, accennava a uno schiaffo. Invece arrivavano i denti, che affondavano nella mia bocca, a tagliare le labbra, la lingua, mentre il sangue già cominciava a colare, prima che lui lo leccasse. E cominciasse a strapparmi i vestiti. Via la camicia. Via la gonna. Via tutto. Nuda. E lui forte. Rimaneva vestito. E muto.
- Ti piace... – sussurrava soltanto, di rado.
Poi mi voltava, mi inchiodava la faccia sul muro. Mi teneva bloccate le spalle, con il solito calcio mi apriva le gambe.
Faceva presto comunque, dopo dieci minuti ero già sotto la doccia. Disinfettavo qualche ferita, mi avvolgevo nell’accappatoio e tornavo di là.
Lo trovavo sereno, in pigiama, la sigaretta già spenta, accucciato da una parte del letto: lasciava sempre un grande spazio per me. Tutto per me.
Avevo imparato a capirlo da piccole cose: il respiro così regolare, quella piega intorno alla bocca finalmente distesa, quel russare leggero... era appagato, contento. Contento di me.
E io rimanevo così, seduta, appoggiata al cuscino, a guardarlo dormire.
Come potevo saperlo, a quel tempo? Sembrava sarebbe durato per sempre.
Invece accadde qualcosa. Senza che nulla chiedessi, io credo.
Qualcuno arrivò, senza preavviso, una mattina qualunque, mentre lui era lontano. Più lontano del solito insomma.
Bastò una sola parola:
- Spogliati – provai a chiedergli.
E lui mi ascoltò. Lasciò cadere i vestiti, schiantando mura e rovesciando certezze. Ma non importava. Era nudo. Non faceva domande. Non affondava i suoi denti.
Avrei voluto lottare, ed in effetti provai, ma quando mi sussurrò con dolcezza: “Spogliati...” cominciando persino a cantare... beh, non ebbi più che un solo pensiero.




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